Ogni volta che il Milan non fa qualcosa, tutti sperano che sia un segnale. Ci si convince che l’immobilismo nasconda futuri rimescolamenti, situazioni da cristallizzare perché sta per accadere qualcosa. Puntualmente, quel qualcosa non accade. Anche in questa sessione di mercato il tempo è scivolato via senza interventi.

Non è arrivato un difensore centrale, fondamentale nel momento in cui i centrocampisti dovessero calare; non è arrivato un vero sostituto di Saelemaekers, confidando nel recupero del belga; non è arrivato un attaccante, in attesa delle idi di marzo che dovrebbero restituire ad Allegri il miglior Gimenez.

In sostanza: immobilismo.

Bene? Male? Non è dato saperlo. Non sappiamo se Allegri abbia insistito per qualche rinforzo, se Tare si sia speso più per l’estate che per l’inverno — magari trovando ostacoli — né se la squadra sarà in grado di replicare l’ottimo girone d’andata. Ciò che appare evidente è che le ambizioni sportive sembrano ai minimi storici, nonostante un secondo posto che dovrebbe raccontare altro. In termini assoluti, sembra di assistere alla riedizione in versione “deluxe” del Fine Impero, gli anni di Berlusconi post – putacaso – Allegri. Una strana sensazione.

La squadra è decisamente più forte e competitiva di allora, eppure non si percepisce minimamente che l’idea di arrivare primi sia un’ossessione a Casa Milan. Al contrario, conti e bilancio paiono sempre più la stella polare — über alles, in tedesco, verrebbe da dire, visto che Fullkrug è stato l’unico arrivo di gennaio — con le ragioni economiche costantemente davanti a quelle sportive.

Non sappiamo se il nostro Amministratore Delegato, Giorgio Furlani, si sia speso in prima persona per Mateta. Così fosse, sarebbe interessante chiedergli il perché di questa scelta, come è arrivato a capire che il francese sarebbe stato l’innesto giusto, quali indicazioni avesse ricevuto dall’area sportiva ecc.

Non si può.

Così come non si possono fare domande a Gerry Cardinale, il quale si presenta, fa le foto sfoggiando un sorriso rassicurante e riparte, inghiottito dalle luci della metropoli statunitense da dove tutto osserva e quasi tutto comanda (via Ibrahimovic).

Quello che deve cambiare al Milan non è solo l’AD ma il vento, il messaggio, il ritornare ad essere una squadra che mette il risultato avanti a tutto e fa del percorso per ottenerlo un vanto.

Togliersi di dosso la sciocca convinzione made in USA che a contare sia solo lo spettacolo, non è così e non lo sarà mai.
Noi, in Europa, siamo abituati a competere.
Noi, milanisti, siamo abituati a vincere.
E questo devono ficcarselo nella testa, cominciando finalmente a fare bene il loro lavoro.

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